Lo spettacolo, scritto da Viola Lucio, ha la regia di Zoe Pernici ed è interpretato da Serena Ferraiuolo

Sabato 4 (alle ore 21.00) e domenica 5 marzo (alle ore 19.00) nel Teatro Sala Molière di Pozzuoli (ArtGarage – Viale Bognar 21), diretto da Nando Paone, sarà di scena “Alcesti” di Viola Lucio, per la regia di Zoe Pernici con Serena Ferraiuolo. Chi potrebbe essere Alcesti al giorno d’oggi? Somiglierebbe all’Alcesti di Euripide? Sarebbe animata dagli stessi valori, si sacrificherebbe per lo stesso amore? E se la risposta è no, per chi o cosa sarebbe disposta a sacrificarsi?

«Questi ed altri interrogativi mi hanno spinta a spostare la figura di Alcesti in un tempo e in un luogo non specificati, dominati però da una feroce dittatura – racconta l’autrice Viola Lucio -. “Alcesti” è la storia di una coppia, ma anche la storia delle parole: parole per cui si va a morte, parole strumentalizzate, parole dette per non dire, parole non dette ma percepite, “parole come recinzioni, definizioni”. La sfida di questo testo è proprio quella di sfuggire alla tentazione di suddividere in categorie e provare a non definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, buono e cattivo, ma al contrario mettere in luce la complessità che sempre contraddistingue le azioni umane, provando a non giudicarle. Il flusso di parole di Alcesti è mosso da una domanda: perché muoio? La risposta Alcesti se l’è già data: muoio perché è giusto salvare mio marito, l’unico uomo per cui valga la pena morire. E allora perché l’inquietudine resta? – continua l’autrice -. Durante questo ultimo viaggio Alcesti cambia drasticamente quella che è stata per tutta la vita la sua visione dell’amore: se all’inizio si trattava di un legame indissolubile e predestinato, piano piano finisce per rendersi conto che la vita di coppia è un progetto nato dall’unione di due individui distinti e separati, in cui ognuno è libero di prendere le proprie decisioni senza doversi aspettare nulla dall’altro, e senza pretendere di conoscere la Verità dell’altro. Il dramma di Alcesti si fonda sull’identità: un’identità mancata, presunta, frammentata. Ha fondato tutta la sua vita sulle convinzioni altrui (la madre, il marito) e ora, nel momento del massimo bisogno, non sa più chi è e quale sia il suo posto nel mondo. Forse che, in una paradossale provocazione, chi non ha trovato la propria identità nella vita può trovarla nella morte?».

Sinossi:

Il marito di Alcesti scrive una commedia scomoda che ottiene un successo inaspettato, e per questo suo tentativo di sobillazione viene messo a morte. L’avvocato di famiglia però, trova l’unica via di fuga ad una condanna certa: far sì che qualcun altro si assuma la paternità dell’opera e quindi muoia al posto suo. Alcesti è la sola ad offrirsi volontaria. Ed è proprio a quell’avvocato che involontariamente salva lui e uccide lei, che la nostra protagonista si rivolge nella sua ultima ora di vita. Siamo in una stanza d’albergo. È giunto il fatidico momento della firma del contratto. È tutto finito… o forse no. Quale migliore occasione per dire per la prima volta ad alta voce ciò che si pensa o per “riscoprire” ciò che si pensa se non quando non si ha più niente da perdere? Pian piano, più o meno consapevolmente, il momento della firma si trasforma per Alcesti in una confessione, un’autoanalisi, a tratti cinica, ironica, isterica, lucida. Quella ricerca di risposte, di verità e di conferme, quel vortice di domande che ci poniamo quando ci troviamo in una “situazione-limite” come quella di Alcesti, un conto alla rovescia verso la morte. In un mondo come il nostro, in cui si assiste ad una inversione di tendenza quasi anacronistica, si alzano i muri e le barriere, si stabilisce, si definisce e stigmatizza il diverso da sé, la decisione di contestualizzare questa storia in una dittatura e di rendere Admeto un autore non appare casuale.