La libertà d’informazione non si tocca. È un principio costituzionale, non una concessione del potere.
È questo il grido che si leva con forza dopo il richiamo della Rai nei confronti del giornalista Sigfrido Ranucci, volto noto dell’inchiesta televisiva.

Chi paga il canone ha diritto a un’informazione libera, indipendente e senza condizionamenti, si legge nelle reazioni indignate che stanno animando il dibattito pubblico.

Al centro della polemica, il rapporto tra servizio pubblico e potere politico. Non si può usare la televisione di Stato come strumento per coprire interessi o silenziare notizie scomode, denunciano cittadini e osservatori.

Nel mirino finiscono anche esponenti politici come Augusta Montaruli e il ministro Carlo Nordio, chiamati in causa in un clima di forte tensione.

Non accettiamo interferenze: la Rai appartiene ai cittadini, non ai governi di turno, è la posizione che emerge con decisione.

Il caso riaccende una questione mai sopita: quanto è davvero autonoma l’informazione nel servizio pubblico italiano?

Se un giornalista svolge il proprio lavoro documentando fatti e portando alla luce verità scomode, non può essere oggetto di richiami o pressioni», proseguono le voci critiche.

C’è chi parla apertamente di tentativo di “bavaglio”, denunciando un clima che rischia di compromettere il diritto dei cittadini a essere informati.

Non si può mettere il silenziatore alla verità, è l’accusa che rimbalza sui social e nelle piazze virtuali.

Il riferimento è anche a vicende mai del tutto chiarite, come viaggi e rapporti internazionali finiti sotto la lente dell’informazione.

Se non ci sono smentite, allora è dovere del giornalismo approfondire e raccontare, insistono i sostenitori della libertà di stampa.

Intanto cresce la richiesta di trasparenza. Chi guida il servizio pubblico deve garantire pluralismo, non censura.

La protesta si allarga: Paghiamo un canone per avere informazione, non propaganda.

E qualcuno rilancia: Se il servizio pubblico tradisce la sua missione, i cittadini potrebbero anche chiedere conto e risarcimenti.

Parole forti che fotografano un malcontento diffuso.

Non è solo una questione politica, ma democratica, sottolineano analisti e addetti ai lavori.

Perché il punto centrale resta uno: la libertà di stampa come pilastro dello Stato di diritto.

Ogni tentativo di limitarla è un passo indietro per il Paese, si legge nelle prese di posizione più dure.

Il dibattito è aperto e destinato a proseguire.

Ma una richiesta emerge chiara e trasversale: Basta pressioni, basta condizionamenti. L’informazione deve restare libera.

M.O