«La vera parola d’ordine? Protagonismo degli studenti». A Ponticelli la filiera esiste già: responsabilità, ascolto e formazione reale.

Tra cucine in funzione, laboratori di moda aperti e studenti impegnati nei campi dell’azienda agraria, l’open day del Sannino-De Cillis di Ponticelli restituisce l’immagine di una scuola in movimento. Qui la filiera tecnologico-professionale 4+2, che entrerà ufficialmente in vigore dal prossimo anno scolastico, appare più come il riconoscimento di un modello già operativo che come una novità da costruire.

Spesso raccontata come riforma futura, al Sannino-De Cillis, invece, la filiera è già in atto: nei fatti, negli spazi, nelle scelte e nelle pratiche quotidiane. L’accreditamento ufficiale, che coinvolgerà gli indirizzi Agraria, Agroalimentare e Agroindustria, e Servizi per l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera, somiglia più a un premio al lavoro svolto che a un punto di partenza. Nel dibattito sull’istruzione, uno dei nodi irrisolti resta la discontinuità tra scuola e lavoro, tra diploma e formazione successiva, tra orientamento e scelte reali. È in questo spazio che si inserisce la filiera 4+2, pensata per ricostruire continuità e dare agli studenti un percorso chiaro, riconosciuto e spendibile.

L’istituto si articola in due plessi, diversi per vocazione ma strettamente connessi. Da una parte l’azienda agraria con i suoi campi, gli allevamenti, i laboratori di trasformazione; dall’altra le cucine, le sale, i laboratori professionali dell’alberghiero e quelli dell’indirizzo moda. Tra i due, una distanza di pochi chilometri che diventa, nella pratica, una filiera corta e continua.

Dalla terra al piatto: una filiera concreta

Nei laboratori di cucina, ciò che colpisce non è la dimostrazione, ma il processo completo. «Noi non facciamo il piatto dimostrativo – spiega lo chef Sandro Simeone – facciamo il piatto finito. Il ragazzo cucina, si siede e mangia quello che ha prodotto». Le esercitazioni aumentano di complessità con gli anni: dai lievitati dolci e salati fino ai piatti completi. Parte delle materie prime arriva direttamente dal plesso agrario: zucche, pomodori, ortaggi di stagione. «Dal De Cillis al Sannino sono cinque chilometri – racconta – prodotti freschissimi. Questa è filiera vera». Gli studenti seguono tutte le fasi, dalla produzione alla mise en place. «Non sono professionisti subito, ma imparano a diventarlo».

L’azienda agraria come laboratorio a cielo aperto

Nel plesso De Cillis la scuola si estende su 17 ettari di terreno. Olio, vino, conserve e marmellate: non esperimenti occasionali, ma il risultato di una vera azienda agricola didattica. I prodotti vengono analizzati nei laboratori di chimica, certificati, etichettati e venduti nella bottega interna.

«Non è un prodotto “casalingo” – spiega la professoressa Carmela Sbrescia, docente di italiano coinvolta in tutte le attività dell’istituto – tutto è controllato: acidità, sterilizzazione, tracciabilità. L’olio, ad esempio, è stato premiato anche fuori provincia». Nei mesi estivi, studenti e docenti partecipano alla raccolta dei pomodori, che vengono poi trasformati e confezionati.

Scienze, tecnica, applicazione: il cuore dell’indirizzo agrario

Nei laboratori scientifici, la teoria incontra la pratica. «Studiamo le scienze di base e le applichiamo all’agronomia – spiegano i docenti Anna Calandra e Claudio Capuozzo – dalla chimica degli alimenti al controllo qualità, dalla trasformazione dei prodotti alla gestione del territorio».

«Il diploma quadriennale è pienamente equivalente al quinquennale – chiariscono – e apre tutte le strade: università, concorsi pubblici, oppure la prosecuzione negli ITS Academy». Nei due anni successivi, le aziende partecipano direttamente alla progettazione delle competenze. «Non formiamo ragazzi generici – spiegano – ma profili richiesti dal mercato».

Una scuola che si vive, non solo si frequenta

Oltre ai laboratori produttivi, il Sannino-De Cillis è anche e soprattutto spazio sociale. L’Eco Bistrò, bar didattico gestito dagli studenti, nasce per trattenere i ragazzi a scuola anche nel pomeriggio. «Se vanno a casa non tornano più – spiega la dirigente Angela Mormone – quindi abbiamo creato un luogo dove mangiano ciò che producono, studiano, progettano».

Accanto, la Biblioenoteca, una libreria di classe autogestita, e spazi per il teatro, la musica e i progetti creativi. «Qui i ragazzi propongono, organizzano, decidono – racconta la preside – e questo crea un senso di appartenenza fortissimo».

Moda, audiovisivo, odontoiatria: la scuola oltre la filiera

La filiera 4+2 non coinvolge tutti gli indirizzi, ma il modello organizzativo sì. Nei laboratori di moda, ad esempio, la dimensione professionale emerge con la stessa chiarezza e le studentesse lavorano su macchinari industriali. «Questo laboratorio è una piccola azienda – spiega la professoressa De Luca – le ragazze lavorano in team, come nel mondo del lavoro, seguendo l’intero processo: dal disegno al cartamodello, dalla confezione alla sfilata finale». Le attività non si fermano alla dimostrazione: le studentesse continuano il lavoro avviato in classe, studiando le diverse tipologie di collo (dal revers al collo a lancia fino allo scialle) e applicandole direttamente alla realizzazione di una giacca: «abbiamo creato un campione e l’abito finito lo indosseranno alla sfilata di fine anno. In questo modo uniamo didattica ed evento finale, perché le studentesse, quando sanno che il capo verrà realmente indossato, si appassionano molto di più alla sua realizzazione».

L’audiovisivo, riattivato dopo anni, e gli altri indirizzi professionali seguono la stessa logica: apprendimento attivo, competenze reali e collegamento con il territorio.

La filiera come risposta alla dispersione: sanzioni non punitive ma riparative

La filiera è anche uno strumento per contrastare la dispersione scolastica. «Tenere i ragazzi a scuola è il primo obiettivo – spiega la dirigente scolastica Angela Mormone – ma non con l’obbligo: con il protagonismo».

Le sanzioni diventano occasioni educative e non allontanamenti vuoti. L’allontanamento dalle lezioni resta previsto, ma viene ripensato in chiave riparativa. «Se un alunno sbaglia, la sanzione deve esserci, ma non può essere solo punitiva». Durante i giorni stabiliti dal consiglio di classe, gli studenti restano comunque a scuola svolgendo attività utili alla comunità scolastica: sistemazione della biblioteca, supporto negli spazi comuni, collaborazione nel bar didattico o nelle attività della fattoria e delle stalle. L’obiettivo è trasformare l’errore in esperienza educativa. «Devono capire che alcune cose non si fanno, ma anche che possono restituire qualcosa alla comunità». Una logica che richiama i modelli di servizio sociale diffusi in altri sistemi educativi e che mira a mantenere il legame tra studente e scuola, evitando l’esclusione.

Il coinvolgimento degli studenti riguarda anche la vita quotidiana dell’istituto. «Qui siamo protagonisti al cento per cento», racconta Vincenzo, il rappresentante degli studenti. La dirigente conferma sorridendo: «Devo stare attenta, perché se prendo una decisione senza consultarli mi chiedono “ma chi l’ha decisa sta cosa?”».

Il vicepresidente sintetizza così il clima che si respira oggi: «Prima eravamo due plessi separati, due isole. Oggi la scuola è una. Il cambiamento è arrivato quando abbiamo iniziato a lavorare nella stessa direzione». In passato, racconta, tra le diverse componenti dell’istituto esistevano visioni distanti, talvolta persino contrapposte, alimentate da una competizione interna che finiva per rallentare ogni processo. «Era come in una famiglia in cui uno va a destra e l’altro a sinistra: si fa fatica, ci si muove continuamente, ma senza avanzare davvero». La svolta è arrivata con la costruzione di un obiettivo comune condiviso da docenti, personale e dirigenza. «La scuola è una barca sola: se non remiamo tutti nello stesso verso, restiamo fermi». I risultati emergono nel tempo: ex studenti che tornano, famiglie che ringraziano, ragazzi che trovano lavoro o proseguono gli studi.

La sfida più grande: orientare davvero

Resta aperta la questione dell’orientamento, soprattutto nel passaggio dalle scuole medie. «La filiera va spiegata ai genitori – sottolinea la dirigente – devono toccarla con mano». Il modello 4+2 rompe uno schema ancora molto radicato, secondo cui il percorso quinquennale rappresenta l’unica opzione “sicura”. Per questo l’istituto lavora già con i bambini più piccoli, attraverso la fattoria didattica: piantare, tornare a vedere il raccolto, capire i tempi. «Questa è filiera – conclude – e questo è orientamento vero».

Cambiare rotta in periferia

In un contesto spesso raccontato solo per le sue fragilità, questa scuola prova a dimostrare che la continuità formativa non è uno slogan, ma una pratica quotidiana. E che la filiera, prima ancora di essere un percorso formativo, può essere un modo concreto di fare scuola. Il territorio resta complesso, e nessuno lo nega. «I problemi li conosciamo bene – spiegano dalla dirigenza – non c’è bisogno di enfatizzarli continuamente: il punto è capire se stanno peggiorando o se, invece, stiamo riuscendo a limitarli». La misura del cambiamento sta proprio nel percorso compiuto: «Se parti da meno venti e arrivi a zero non è ancora un risultato perfetto, ma significa aver fatto un salto enorme». È da questo principio che prende forma il clima attuale dell’istituto, profondamente diverso rispetto al passato. Un equilibrio costruito giorno dopo giorno, tra difficoltà reali e risultati concreti. Nelle periferie la sfida non è negare i problemi, ma affrontarli attraverso opportunità stabili, percorsi formativi solidi e una comunità scolastica capace di muoversi nella stessa direzione.

Una rivoluzione pacifica

Alla dirigente Mormone viene spesso chiesto quale sia stata la prima iniziativa capace di avviare questo cambiamento. «Parlare di una sola azione o di una prima iniziativa è difficile», spiega. «È stato piuttosto un lavoro portato avanti su più fronti contemporaneamente, una sorta di rivoluzione pacifica». L’obiettivo iniziale non era soltanto riorganizzare spazi o indirizzi, ma costruire un senso di appartenenza condiviso. «L’impressione che ebbi quando arrivai per la prima volta nei due plessi fu quella di una “scuola triste” che non mi trasmetteva l’idea di un luogo vivo. Al Sannino predominava un senso di grigiore diffuso: pareti segnate dal tempo, colori spenti e spazi poco curati. La definivo una “scuola grigia”, nel senso più concreto del termine. Nel De Cillis, invece, il verde che circonda l’istituto finiva quasi per sovrastare gli edifici, accentuando una percezione generale di abbandono». Bisognava restituire dignità agli spazi per restituire identità alla scuola.

«Oggi – osserva la dirigente – la scuola è diventata una comunità educante in cui gli studenti restano i veri protagonisti e il personale vive questo luogo come proprio. Dalla piccola alla grande decisione, si lavora perché la scuola venga vissuta come qualcosa di condiviso». Gli studenti trovano così uno spazio in cui sentirsi parte attiva del percorso scolastico: al sicuro, ma soprattutto ascoltati. Il protagonismo degli studenti diventa la vera parola d’ordine dell’istituto, elemento centrale di un modello educativo che punta a responsabilizzare prima ancora che a valutare.

La filiera 4+2 assume così il suo significato più autentico: non solo accorciare i tempi della formazione, ma offrire ai ragazzi strumenti concreti per cambiare traiettoria, trasformando un contesto complesso in uno spazio di opportunità e futuro.

A cura di Alessia Assediato