Quarant’anni senza Rino Gaetano, l’anticonformista senza tempo diventato leggenda

All’alba del due giugno di quarant’anni fa Rino Gaetano moriva per le conseguenze di un
incidente stradale: un terribile frontale tra la sua macchina,
che aveva invaso la corsia opposta, e un camion sulla via
Nomentana a Roma avvenuto nella notte. Aveva solo 31 anni.
A rendere, se possibile, ancora piu’ tragica la vicenda, e’ il
fatto che l’artista calabrese fu respinto da vari ospedali a
causa della mancanza di un’adeguata struttura di traumatologia
cranica: quando finalmente arrivo’ al Policlinico Gemelli era
tardi.
E sull’assurdita’ di questa morte prematura e’ calata anche la
nebbia inquietante di una premonizione: dieci anni prima nella
“Ballata di Renzo” aveva raccontato una storia identica alla
sua, un uomo investito da un auto che muore perche’ respinto
dagli stessi ospedali che poi avrebbero respinto anche lui.
Non e’ stata facile la breve carriera di Rino Gaetano: quando,
dopo essersi trasferito a Roma alla fine degli anni ’60, ha
cominciato a muovere i primi passi nel mondo della musica, tutto
ruotava attorno al Folkstudio dove e’ nata la scuola Romana di De
Gregori e Venditti.
Gia’ allora era un “maverick”, un solitario anticomformista che
all’impegno, alla narrazione non lineare e alle metafore
dylaniane preferiva l’ironia, il gusto per l’assurdo e la
provocazione, la lettura di Beckett e la frequentazione del
teatro di Carmelo Bene, per il quale fu la Volpe nel leggendario
“Pinocchio”.
Alla fine anche lui, grazie alla dedizione di discografici
illuminati come Michele Mondella, approdo’ alla IT di Vincenzo
Micocci, l’uomo che ha inventato la parola cantautore, e poi
alla Rca, all’epoca la Factory della musica italiana: ma,
nonostante alcuni grandi successi non e’ riuscito in vita ad
ottenere i riconoscimenti che meritava.
La verita’ e’ che Rino Gaetano ha scontato sulla sua pelle il
fatto di essere in anticipo sui tempi: non e’ un caso che sia
diventato una delle principali fonti di ispirazione proprio per
le generazioni successive alla sua (come per altro lui aveva
previsto) e per questo motivo alcuni dei suoi fan piu’ devoti
sono musicisti.
Oggi per esempio nessuno mette in discussione il fatto che “Mio
fratello e’ figlio unico” sia uno dei dischi piu’ importanti della
musica italiana.
Guardando a quanto in profondita’ siano entrate nella cultura
popolare canzoni come “Il cielo e’ sempre piu’ blu”, “Nuntereggae
piu’ “, “Gianna”, “Mio fratello e’ figlio unico”, “Berta filava”,
“Sfiorivano le viole” sembra persino difficile pensare che Rino
Gaetano nella sua breve vita abbia faticato cosi’ tanto per farsi
conoscere, affrontando i pregiudizi della critica, del pubblico,
dei colleghi, dell’ “ambiente” e anche dell’establishment che
non vedeva di buon occhio quello strano personaggio che si
divertiva a sbeffeggiare tutti, politici compresi, facendo nomi
e cognomi e che, anche se praticava il gusto per l’ironia,
sapeva raccontare come pochi l’attualita’ , anche nelle sue pieghe
piu’ scure, e soprattutto sapeva trasformare in musica il
disagio, la solitudine e l’alienazione.
Lo faceva a modo suo, con un atteggiamento non ideologico ma non
per questo non meno dirompente passando dalle filastrocche alla
pura intensita’ .
Il momento che lo ha consegnato alla storia della cultura pop
del nostro Paese e’ la sua partecipazione al festival di Sanremo
1978: si presento’ con in testa una tuba che gli aveva regalato
Renato Zero, un elegante frac attillato, papillon bianco,
maglietta a righe bianche e rosse e scarpe da ginnastica. Sul
bavero del frac portava appuntata una colossale quantita’ di
medagliette, che nel corso dell’esibizione consegno’ in parte al
direttore d’orchestra e in parte lancio’ al pubblico. Come se non
bastasse aveva in mano un ukulele.
Canto’ “Gianna” e, per la prima volta nella storia del Festival,
fu pronunciata la parola “sesso”.
All’epoca l’impressione fu di vedere un marziano, per la forza
dissacrante di quella performance ispirata piu’ a Carmelo Bene
che ai codici della musica.
Quella sera tutta l’Italia scopri’ Rino Gaetano: non
necessariamente tutti lo capirono. Eppure i tre minuti di quella
performance hanno insegnato alla generazioni future il coraggio
di sfidare le regole.

 
 
 

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