Un corteo simbolico, quasi un funerale, ha attraversato il cuore del centro storico di Napoli per denunciare quella che gli artisti definiscono «la morte dell’arte di strada». Tra musica, performance e cartelli di protesta, buskers e performer hanno sfilato contro multe che possono arrivare fino a 500 euro e contro una regolamentazione ritenuta confusa e penalizzante.

La mobilitazione si inserisce nel più ampio e acceso dibattito sulla gestione della movida cittadina. Negli ultimi mesi il Comune è intervenuto con ordinanze mirate, in particolare nell’area di Piazza San Domenico Maggiore, mentre resta ancora sospesa la discussione sulla delibera relativa agli orari delle attività, che prevede limiti stringenti sull’asporto e chiusure anticipate nel fine settimana. Un provvedimento che, tra tensioni politiche e divisioni interne alla maggioranza, non ha ancora trovato l’approvazione definitiva in Consiglio comunale.

Gli artisti chiedono chiarezza e distinguo. «L’arte di strada non può essere assimilata alla movida», spiegano i rappresentanti del comitato, guidati da una figura simbolo del centro storico, conosciuta come “il Capitano”. «Esiste già un regolamento approvato nel 2022, ma manca un confronto reale per renderlo applicabile. Non vogliamo anarchia, ma regole giuste costruite insieme a chi vive questo lavoro ogni giorno».

Il corteo ha toccato alcuni dei luoghi più colpiti dalle sanzioni, per poi concludersi in Piazza Dante, dove la protesta si è trasformata in un grande flash mob. Musica dal vivo, esibizioni e partecipazione spontanea hanno dato vita a un vero e proprio concerto all’aperto, simbolo della vitalità culturale che gli artisti rivendicano.

Sul fondo resta una questione aperta: trovare un equilibrio tra sicurezza urbana, vivibilità e libertà espressiva. In una città che fa della cultura di strada uno dei suoi tratti distintivi, la sfida per l’amministrazione sarà quella di regolamentare senza soffocare. Perché, come ribadiscono i manifestanti, «l’arte non è rumore, ma identità».

M.O