‘Vino pompeiano’, prodotto nell’antica vigna del Parco archeologico di Pompei con vitigni autoctoni locali e su suoli integri, non sfruttati da oltre duemila anni, per di più biologico. Due rossi e un bianco. Un prodotto che rinasce dal passato, tra gli scavi dell’antica città sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C, ma con il moderno know-how dell’enologia italiana contemporanea, grazie a una innovativa
forma di partenariato pubblico-privato tra l’ente Parco e il gruppo Tenute Capaldo, in particolare le due cantine Feudi di San Gregorio e Basilisco. Obiettivo, dare vita a un’azienda vitivinicola con ciclo produttivo completo e a conduzione biologica, con strutture di vinificazione e affinamento, nel perimetro del Parco. Non solo per produrre ma anche per gestire e valorizzare la storia dei vigneti all’interno del sito. E per questo sarà costruirà una vera a propria ‘vigna archeologica’, su alcuni vigneti già esistenti, con un’estensione vitata che nel tempo supererà i sei ettari. Perché “agricoltura e storia non sono elementi separati ma costituiscono la nostra identità, raccontano chi siamo, non solo a chi già conosce l’Italia, ma anche a chi nel mondo vuole comprendere fino in fondo il valore
di una Nazione che, in tremila anni di contaminazioni culturali,
ha saputo trasformare ogni contaminazione in eccellenza senza
eguali. Tra queste il vino occupa un posto di primo piano”, ha
sottolineato il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida,
presentando il progetto oggi a Roma, al ministero
dell’Agricoltura, insieme al sottosegretario alla Cultura
Gianmarco Mazzi, al presidente Feudi di San Gregorio, Antonio
Capaldo, e il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel.
Il progetto ha uno “straordinario potenziale per il nostro
territorio, per il vino italiano e per il mondo del vino in
generale”, ha sottolineato Capaldo. Perché la visita tradizionale
è solo una modalità di fruizione dei beni archeologici, “ci sono
tante altre possibilità che dobbiamo sviluppare”, ha aggiunto
Zuchtriegel, “tra queste l’agricoltura, la viticoltura che
significano non solo sviluppo economico ma anche culturale, ad
esempio attraverso la didattica e i laboratori. Ma anche la
rassegna di concerti, gli spettacoli al teatro, le attività
sociali e di inclusione”.
Il tempo previsto per l’inizio della produzione sarà tra circa
tre anni, ma quando andrà a regime sarà di tutto rispetto, circa
30 mila bottiglie l’anno, per un vino derivato da vitigni
autoctoni della zona: Aglianico e Piedirosso, per i due vini
rossi, e Greco, Falanghina e Fiano per il blend del bianco.
L’esecuzione di questo progetto di lungo termine (19 anni) non è
affidato ai classici strumenti di collaborazione pubblico-privato
(la concessione o l’appalto) ma sarà garantita dal partenariato
tra il Parco e il gruppo Tenute Capaldo, che collaboreranno
mettendo a fattor comune le rispettive esperienze e competenze.
Poi, anche dopo la conclusione della partnership, l’azienda
continuerà a vivere per restare proprietà del parco, quindi bene
pubblico.