Il panorama bancario italiano ha completato una metamorfosi senza precedenti. Se da un lato i bilanci degli istituti hanno archiviato il 2025 con utili record proiettati verso i 33 miliardi di euro, dall’altro la fisionomia del settore appare irriconoscibile rispetto a soli dieci anni fa. La “grande ritirata” dai territori ha trasformato il credito di prossimità in un servizio quasi ormai d’élite, lasciando intere aree del Paese in un preoccupante isolamento finanziario. In questo scenario di estrema digitalizzazione, la piattaforma per il rinnovo del CCNL del settore bancario si pone come un necessario baluardo a difesa della professionalità delle lavoratrici e dei lavoratori e della tenuta sociale.

Abbiamo incontrato Emilio Contrasto, Segretario Generale di UNISIN/CONFSAL, per analizzare i nodi di una transizione che non può essere affidata ai soli algoritmi.

Segretario Contrasto, i dati consolidati al 31 dicembre 2025 forniti dalla Banca d’Italia scattano una fotografia complessa: gli sportelli in Italia sono scesi a 19.140, contro i 29.027 del 2016. In dieci anni è andato perso un terzo della presenza fisica. Qual è il rischio reale per il Paese?

I numeri descrivono una ferita profonda: una contrazione rilevante che ha lasciato il 43% dei comuni italiani senza un presidio bancario. Come ho sostenuto davanti al Senato alla Commissione parlamentare bicamerale di inchiesta sul sistema bancario e finanziario, la banca non è un semplice negozio, ma un’infrastruttura strategica tutelata dalla Costituzione. La scomparsa dello sportello fisico non è solo un disagio logistico, ma un arretramento di presidi di legalità che rischia di lasciare spazio all’illegalità e all’usura. Non si può parlare di modernizzazione se questa coincide con l’abbandono sistematico delle periferie e delle aree interne.

Il settore bancario sembra giustificare questo arretramento con l’avanzata del digitale. Tuttavia, i dati Eurostat e Istat offrono una prospettiva in parte diversa sull’utilizzo dei servizi online in Italia. Quali sono le percentuali che vi preoccupano?

Le banche spingono verso il digitale, ma dimenticano la realtà del Paese. Nonostante i progressi, circa il 30% della popolazione italiana presenta ancora competenze digitali scarse o nulle e tra gli over 65 la percentuale di chi non ha mai utilizzato internet sfiora il 40%. Inoltre, l’utilizzo dell’internet banking in Italia si attesta intorno al 52%, una cifra ancora lontana dalla media dei Paesi del Nord Europa. Costringere l’intera utenza a migrare online significa escludere milioni di cittadini dai servizi essenziali. L’Intelligenza Artificiale, pur essendo una realtà operativa, non può colmare un digital divide che è prima di tutto culturale e infrastrutturale.

Nel periodo 2016-2025 il numero dei dipendenti è crollato da 299.645 a meno di 260.000. Eppure, le uscite sono state prevalentemente volontarie. Merito del modello di relazioni industriali?

Sì, la perdita di circa 40.000 addetti è stata gestita grazie al Fondo di sostegno al reddito che è uno strumento d’eccellenza finanziato esclusivamente dal Settore e che ha permesso uscite esclusivamente volontarie e incentivate. Per consentire e facilitare il turnover delle nostre colleghe e dei nostri colleghi attraverso la contrattazione nazionale è stato anche introdotto il F.O.C. (Fondo Nazionale per il Sostegno dell’Occupazione), anche questo interamente finanziato attraverso il contributo dei Lavoratori in servizio. Tuttavia, questo meccanismo deve evolvere. Nella piattaforma di rinnovo del CCNL di settore, che sarà sottoposta alle assemblee delle lavoratrici e dei lavoratori, chiediamo una partecipazione più incisiva delle banche al finanziamento del Fondo: non possono essere solo le lavoratrici e i lavoratori, con le proprie rinunce, a pagare la stabilità del sistema, specialmente in una fase di profitti così esorbitanti. Il F.O.C. deve diventare lo strumento per un vero ricambio generazionale: non vogliamo solo gestire le uscite, ma favorire l’ingresso di giovani con contratti stabili e di qualità. La sfida è immettere nel sistema nuove competenze digitali e umane, garantendo ai nuovi assunti percorsi di crescita che contrastino la precarietà e valorizzino il merito. Il F.O.C. deve essere finanziato anche dagli utili di settore per costruire la banca del futuro.

La piattaforma per il rinnovo del CCNL di settore, con l’aumento di 518 euro e la riduzione dell’orario, basta a tutelare chi è rimasto?

L’aumento di 518 euro, come richiesta, è da considerarsi un atto di giustizia necessario per redistribuire utili che hanno toccato i 33 miliardi di euro, frutto del sacrificio delle lavoratrici e dei lavoratori. Ma la vera sfida è la gestione del tempo. La riduzione a 35 ore settimanali non è un privilegio, ma una necessità per gestire l’impatto dell’Intelligenza Artificiale. Abbiamo circa 40.000 colleghi in meno rispetto a dieci anni fa; chi è rimasto deve fronteggiare carichi di lavoro e pressioni commerciali che l’automazione, paradossalmente, rischia di esasperare anziché lenire. Senza una riduzione dell’orario, l’automazione produrrebbe solo ulteriori esuberi e pressioni commerciali, non facilmente sostenibili, sui colleghi rimasti. Dobbiamo, inoltre, sottrarre il lavoratore alla logica del “venditore puro” monitorato dagli algoritmi, per restituirlo alla sua funzione di consulente di fiducia e presidio di legalità sul territorio. La nostra battaglia oggi è far sì che la produttività dell’IA non diventi solo ulteriore profitto per gli azionisti, ma migliore qualità della vita per i bancari.

Oltre agli aspetti economici, UNISIN pone l’accento sulla qualità del lavoro. In un sistema così automatizzato, come si garantisce la salute psicofisica di chi resta in banca?

È un punto fondamentale che non può essere trascurato. La riduzione degli organici ha portato a un aumento esponenziale dei rischi psicosociali e dello stress da iper-connessione. Non è sufficiente un adeguamento salariale se l’ambiente lavorativo diventa logorante a causa di monitoraggi algoritmici costanti. Per questo chiediamo che le lavoratrici e i lavoratori siano coinvolti attivamente nei processi decisionali, come previsto dalla Costituzione. La partecipazione deve tradursi nella possibilità di avere voce in capitolo anche su come l’IA viene implementata nei processi operativi. La tecnologia deve favorire il benessere organizzativo, non trasformarsi in uno strumento di controllo remoto che svuota di significato la nostra professione.

L’IA è realtà operativa. Qual è l’impatto reale che state osservando sulla consulenza e sul rapporto con il cliente?

Osserviamo un rischio di standardizzazione eccessiva. Se l’IA viene usata per creare “prodotti in serie” e monitorare ossessivamente le vendite, perdiamo la natura stessa del nostro mestiere. I dati Istat e Eurostat sul digital divide ci ricordano che una parte enorme dell’Italia ha ancora bisogno di una guida umana. La banca del futuro deve essere un luogo di consulenza ad alto valore aggiunto. Se riduciamo il dipendente a un mero validatore di decisioni prese da un algoritmo, distruggiamo la professionalità e, alla lunga, la fiducia dei risparmiatori. D’altronde, anche le recenti esperienze in Paesi diversi dall’Italia dimostrano come una più forte e radicata presenza sui territori si traduce in maggiore efficienza, maggiori quote di mercato gestite e – conseguentemente – maggiori profitti.

Un’ultima riflessione ritornando su quanto ha detto: lei ha spesso definito lo sportello bancario un “presidio di legalità”. Questo concetto è ancora valido nel mondo digitale di oggi?

È più valido che mai. L’arretramento fisico delle banche dalle periferie e dai piccoli comuni, ripeto, lascia spazio a circuiti finanziari meno trasparenti. In Senato abbiamo ribadito che un dipendente bancario formato è la prima barriera contro il riciclaggio e l’usura. La digitalizzazione totale è un’illusione che può costare cara alla sicurezza economica del Paese. La nostra richiesta alle banche e alla politica resta la stessa: investire nel fattore umano e nel territorio. Perché una banca senza persone e senza radici può fare grandi utili oggi, ma rischia di non avere più un mercato domani.

In conclusione, cosa si sente di chiedere per il futuro del settore?

Le banche e la politica non deleghino la gestione del risparmio e del credito esclusivamente alle logiche di mercato. Serve una visione che rimetta la persona al centro. La banca del futuro deve essere efficiente, sì, ma anche umana e presente. Gli utili devono servire anche a finanziare la permanenza fisica nei comuni e a sostenere l’occupazione di qualità. Se smantelliamo la fiducia tra banca e cittadino, rischia di crollare anche il sistema economico dei territori e quindi del Paese. Continueremo a sostenere con forza che il progresso tecnologico deve essere un’opportunità per tutti e non un pretesto per continuare ad alimentare la desertificazione bancaria dei territori.

Alessandra Desideri