Lo shock energetico generato dalle tensioni internazionali rischia di travolgere il sistema produttivo campano. L’attacco militare del 28 febbraio 2026 condotto da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha infatti aperto una nuova fase di instabilità globale, con ripercussioni immediate sui mercati dell’energia.

Nel giro di pochi giorni petrolio, gas naturale ed energia elettrica hanno registrato aumenti molto consistenti, riportando i prezzi su livelli di forte criticità. I dati dei mercati parlano chiaro: il petrolio Brent è passato da circa 74 dollari al barile a oltre 104 dollari al 16 marzo 2026, con un incremento di circa il 40%. Il gas naturale europeo (TTF) è salito da 31 euro a oltre 50 euro per megawattora, segnando un aumento superiore al 60%. Anche il prezzo dell’energia elettrica in Italia (PUN) è cresciuto sensibilmente, passando da circa 118 euro per megawattora a valori compresi tra 150 e 165 euro, con un incremento tra il 27% e il 40%.

Un aumento rapido e violento che sta già incidendo sul costo della vita e sui costi di produzione delle imprese.

L’impatto sui cittadini

I primi effetti sono già visibili per famiglie e cittadini, con l’aumento delle bollette, del gas e dei carburanti. Tuttavia, secondo gli analisti, questa rappresenta solo la prima fase della crisi. La seconda, molto più pesante, si sta sviluppando in queste settimane all’interno del sistema produttivo.

Nell’economia reale, infatti, gli aumenti dei costi energetici non si trasferiscono immediatamente sui prezzi finali. Ciò accade perché i contratti di fornitura sono stati firmati nei mesi precedenti, i listini commerciali non possono essere aggiornati in tempo reale, la grande distribuzione mantiene rigidità nei prezzi nel breve periodo e la concorrenza tra imprese rende difficile scaricare subito i costi sui clienti.

Il risultato è che oggi molte aziende stanno sostenendo lo shock energetico utilizzando la propria liquidità.

Un sistema produttivo vasto ma fragile

La Campania conta un tessuto produttivo molto ampio ma caratterizzato da una forte presenza di piccole realtà. Secondo i dati Unioncamere-Infocamere, nella regione risultano registrate circa 595 mila imprese, di cui oltre 500 mila attive.

La distribuzione settoriale vede circa 165 mila imprese nel commercio, 75 mila nelle costruzioni, circa 40 mila nel manifatturiero, oltre 60 mila nel turismo e nella ristorazione e circa 18 mila nel settore dei trasporti e della logistica. Più del 95% del sistema produttivo è costituito da micro e piccole imprese, particolarmente vulnerabili agli shock dei costi energetici.

L’impatto sui costi aziendali

Secondo i dati ISTAT, nelle imprese manifatturiere l’energia incide tra il 10% e il 20% dei costi totali, percentuale che nei settori energivori può superare il 30%. Nel trasporto merci, invece, il carburante rappresenta circa il 35% dei costi operativi.

Con gli aumenti attuali, l’impatto complessivo sui costi aziendali è stimabile tra il 5% e il 7% del fatturato. In molti casi questo significa lavorare già in perdita.

Una simulazione su una piccola o media impresa campana con un fatturato di 2 milioni di euro mostra infatti che l’aumento dell’energia del 35% può incidere per oltre il 4% del fatturato, mentre l’aumento dei trasporti del 30% aggiunge circa un ulteriore 2,4%. L’aumento complessivo dei costi arriva così al 6,6%.

Considerando che i margini medi delle PMI, secondo la Banca d’Italia, oscillano tra il 3% e il 6%, è evidente che migliaia di aziende stanno già operando senza margini.

Il nodo della liquidità

Il problema più urgente è quello della liquidità. Le imprese devono pagare immediatamente energia e carburanti, mentre gli incassi arrivano spesso dopo 60, 90 o addirittura 120 giorni. Questo squilibrio sta generando una crisi di cassa che rischia di colpire una parte significativa del tessuto produttivo regionale.

Secondo le stime basate sulla distribuzione dei margini delle PMI, tra il 15% e il 20% delle imprese campane si troverebbe già oggi in difficoltà finanziaria. Su oltre 500 mila imprese attive, questo significa tra 75 mila e 100 mila aziende potenzialmente in crisi.

Il rischio per lavoro e famiglie

Se i prezzi energetici dovessero restare su questi livelli anche nei prossimi mesi, il rischio concreto è la chiusura di un numero compreso tra 40 mila e 60 mila imprese, con conseguenze pesanti anche sul piano occupazionale. In Campania potrebbero essere messi a rischio tra 120 mila e 150 mila posti di lavoro.

Il conto per le famiglie, inoltre, deve ancora arrivare. Quando le imprese non riusciranno più ad assorbire gli aumenti, i rincari si trasferiranno inevitabilmente sui prezzi finali. Secondo le stime basate sui dati ISTAT, energia e trasporti incidono tra il 10% e il 15% sul prezzo dei beni alimentari, con un possibile aumento del carrello della spesa tra il 4% e l’8%.

Il precedente del 2022

Il ricordo corre inevitabilmente alla crisi energetica del 2022 legata alla guerra in Ucraina, quando il gas TTF superò i 300 euro per megawattora e molte imprese furono costrette a fermare la produzione a causa delle bollette moltiplicate.

Oggi, però, il sistema produttivo affronta una nuova crisi partendo da una condizione già indebolita.

L’allarme di Confimi Industria Campania

“Quello che sta accadendo è estremamente chiaro: il sistema produttivo campano sta assorbendo uno shock energetico violento e lo sta facendo praticamente da solo, senza strumenti adeguati di compensazione”, dichiara Luigi Carfora, presidente di Confimi Industria Campania.

“Oggi vediamo gli aumenti delle bollette e dei carburanti, ma il vero problema è quello che ancora non si vede: imprese che stanno lavorando in perdita, liquidità che si sta esaurendo e margini che si stanno azzerando. È questo il punto più pericoloso della crisi”.

“I numeri parlano chiaro: tra 75 mila e 100 mila imprese campane sono già in difficoltà finanziaria. Se non si interviene subito, il rischio concreto è la chiusura di 40 mila – 60 mila aziende e la perdita di oltre 120 mila posti di lavoro”.

“Non è solo un problema economico, ma anche sociale. Se si rompe il sistema delle imprese, si rompe il lavoro e si indebolisce il reddito delle famiglie. Il rischio è un aumento della povertà”.

“Non possiamo permetterci tempi lunghi. Serve un intervento immediato, concreto e proporzionato alla gravità della situazione. Perché questa volta il conto rischia di essere ancora più pesante”.

M.O