La risposta, inevitabile, nel karaoke dello stadio dei campioni d’Italia è qualcosa che tutti pensano, ma non cantano, per seguire con la voce, loro sì, i versi prestabiliti, nel nome di Steve McQueen: «Voglio una vita spericolata/ voglio una vita come quelle dei film/ Voglio una vita esagerata/ Voglio una vita come Vasco Rossi». Sì, è quello che vogliono giovani e non giovani che urlano al cielo, con amore, con rabbia, con dolore, tirando fuori tutto quello che hanno dentro. Quella canzone del 1983, quella canzone che arrivò penultima a Sanremo ed oggi è uno dei classicissimi del nostro canto libero, quella canzone incisa persino da Francesco De Gregori, Massimo Ranieri e, in parte, da Gino Paoli, qui non è un inno, non è una bandiera, non è la colonna sonora di due-tre generazioni altrimenti mai viste insieme (se non alle partite di calcio), ma tutto questo messo insieme.

Com’è diverso questo spettacolo da quelli visti prima, e quelli che seguiranno, nell’estate del fronte del palco al Maradona. Non c’è bisogno di narrazioni distopiche, di ospiti (scusate, volevo dire «feat») più o meno a sorpresa, balletti sculettanti, visual ad effetto. A 73 anni, il cantautore di Zocca resta fedele alla musica con cui è cresciuto, il rock, in chiave hard&heavy, ma nemmeno troppo, così iniettata di ballad e melodia. Le chitarre elettriche di Vince Pastano e di Steff Burns sono così orgogliosamente jurassiche ed antico regime che diventano madeleine proustiane, ricordandoci quando un assolo valeva un concerto, quando i brani tanto più erano lunghi e tanto più erano graditi, altro che i due minuti concessi dagli algoritmi di TikTok.

Il Komandante ogni tanto dirige le sciabolate azzurre dei suoi occhi sul suo popolo, quasi sorprendendosi persino lui dell’ondata di affetto che lo travolge, anzi lo sostiene, gli dà quell’energia, quell’adrenalina, che marcano anche questa notte partenopea.

«Sono innocente» (2014), «Manifesto futurista» («ho fatto un patto sai/ con le mie emozioni/ le lascio vivere e loro non mi fanno fuori») del 2011, «Valium» (1981) spiegano la piega, spietata, che prenderà lo show. «Vivere», «Mi si escludeva», l’apoteosi di «Gli spari sopra» idealmente dedicata ai dylaniani «masters of war», i padroni della guerra che tanto si stanno dando da fare in Ucraina, in Iran, nella striscia di Gaza ed in decine di altre zone della terra dimenticate solo perché politicamente meno influenti. Ma «C’è chi dice no» e Vasco in questo giro di concerti ancor più che nei precedenti sfoggia un pacifismo convinto, per parole e simboli.

Ma la scaletta è ricca e variegata ci sono «Quante volte» (2014), «E il tempo crea eroi» (correva l’anno 1976) in versione grungizzata, «Un gran bel film» (1996) e «Vivere non è facile» (2011). Un interludio non fondamentale della band (senza il Komandante gira un po’ a vuoto) dà al signor Rossi più amato d’Italia il tempo di rifiatare, poi via con «Buoni o cattivi» (2005), «Basta poco», «Siamo qui» (2011), «Io perderò» (1996), «E adesso che tocca a me» (2008), un medley che tiene insieme «La strega», «Cosa vuoi da me», «Vuoi star ferma», «Tu vuoi da me qualcosa», «Una canzone per te», «Va bene, va bene così». La corsa verso la fine accelera con «Rewind» (1998), «Senza parole» (1997), «Sally» (1996), «Se ti potessi dire» (2019). Poi non resta che urlare, come in un mantra laico, multigenerazionale, con la voce di tutti quelli che almeno una notte nella loro vita hanno bevuto un whisky, o molti di più, al Roxy bar, comunque si chiamasse il loro/nostro Roxy bar: «Siamo solo noi» (soli ma tanti, quelli che vogliono una vita spericolata alla Vasco Rossi), «Canzone» e «Albachiara». Viene in mente il grande narratore hard kettleed Dashiel Hammett, viene in mente la lettera di Che Guevara ai figli, gente che sapeva essere dura senza perdere la tenerezza. Come il Blasco che per l’amico Pino Daniele, nel suo stadio, nella sua «Napule mille culure», intona in dialetto quasi perfetto «Je so’ pazzo»: «Una canzone che avrei voluto scrivere io». Non vi dico la risposta di Maradona.