Per Sergio De Simone e i tanti bambini tuttora vittime delle follie ideologiche

A cura di Teresa Lucianelli:

C’era una volta un bambino. Si chiamava Sergio De Simone. Era un piccolo napoletano. Aveva un solo torto per la sua epoca: la sua mamma era ebrea…
Oggi lo ricordiamo in maniera particolare ma la sua storia andrebbe ricordata ogni giorno. Quella sua e quella dei suoi 19 compagni di sventura, di dolore e di speranza di ritornare ciascuno tra le braccia della propria mamma. Un diritto negato. Venti vite innocenti falciate dalla follia umana insieme a milioni di altre.
Era un bimbo come tanti, Sergio, un piccolo napoletano. Per tanti anni non se n’è saputo più nulla. Solo i genitori non si erano rassegnati e continuavano a cercare notizie, loro e qualche altro, come il giornalista Günther Schwarberg. Così alla fine la verità è venuta fuori nella sua agghiacciante violenza e pazzia umana.

Era nato a Napoli, 29 novembre 1937 ed è stato trucidato ad Amburgo, il 20 aprile 1945 insieme agli altri 19 bambini del suo gruppo, scelti come cavie negli esperimenti sulla tbc. Sergio è uno dei deportati italiani vittime dell’Olocausto, l’ unico italiano tra i 20 bambini di varia nazionalità selezionati ad Auschwitz, e consegnati al dottor Kurt Heissmeyer nel campo di concentramento di Neuengamme presso Amburgo.
Alla fine dell’esperimento, quando ormai il Reich era prossimo alla fine, i 20 bambini e i loro accompagnatori furono tutti uccisi nei sotterranei della scuola amburghese di Bullenhuser Damm. Fu iniettata loro una dose di morfina e furono quindi impiccati alle pareti della stanza: nessuno doveva sapere…

Sergio De Simone era nato nel quartiere collinare Vomero, a Napoli , il 29 novembre 1937 da Eduardo De Simone, cattolico, sottufficiale nella Marina Militare Italiana e da Gisella Perlow, di origine ebraica, nata a Vidrinka, paese non più esistente, tra Bielorussia e Ucraina che su era trasferita con la famiglia a Fiume. Lì i due si erano conosciuti e, dopo le nozze, si erano spostati a Napoli.
Gisella nell’agosto del 1943 a causa degiinincessanti nombardanenti decide di ritornare con il bambino a Fiume, giacché il marito era lontano per il servizio militare. Nemmeno un mese dopo, l’8 settembre 1943, la zona di Fiume cade nelle mani naziste sotto la diretta sovranità del Reich. Il 21 marzo 1944, la famiglia Perlow al completo viene arrestata dai tedeschi. Anche Gisella con il piccolo Sergio di 6 anni e le cuginette Andra e Tatiana Bucci di 6 e 4 anni, passate poi alla storia come le più piccole superstiti italiane del campo di sterminio di Auschwitz.
Deportati nel campo di concentramento della Risiera di San Sabba, i Perlow vengono subito trasferiti con il convoglio T25, partito nella giornata del 29 marzo, insieme ad un gruppo di prigionieri ad Auschwitz. Un viaggio d’inferno lungo sei giorni. Passata la prima selezione, Sergio viene assegnato insieme alle cuginette nella “Baracca dei bambini.”
Nel mese di novembre il piccolo viene destinato direttamente dal dott. Joseph Mengele, insieme ad altri 19 bambini, per un totale di 20, metà maschi e metà femmine, al campo di concentramento di Neuengamme, quali cavie umane per gli esperimenti sulla tubercolosi del dottor Kurt Heissmeyer che già aveva condotto fino al precedente aprile su prigionieri di guerra russi.
Come accertato successivamente e pre testimoniato dal perito del Tribunale che negli anni ’60 giudicò Heissmeyer, egli aveva solo delle conoscenze generiche in materia, frutto di studi già ampiamente superati a suo tempo e ritenuti inattendibili. Non possedeva alcuna conoscenza scientifica in campo immunologico e batteriologico. Convinto che, iniettando bacilli tubercolari sottopelle alle cavie umane, si sarebbero formati focolai d’infezione che avrebbero generato difese immunitarie per potere poi procedere al vaccino contro la tubercolosi polmonare, nonostante i primi risultati negativi, forte di influenti appoggi tra i gerarchi nazisti, riuscì a portare avanti l’esperimento, ma stavolta con bimbi ebrei.
Sergio De Simone e gli altri 19 bambini – i 20 piccoli destinati ai suoi folli tentativi – provenienti da Italia, Francia, Paesi Bassi, Jugoslavia, e Polonia, arrivarono al campo di concentramento di Neuengamme il 29 novembre 1944, proprio il giorno del settimo compleanno del piccolo Sergio, accompagnati dalla dott.ssa Paulina Trocki e da tre infermiere. Lì furono affidati alle cure di quattro deportati: i medici francesi, René Quenouille e Gabriel Florence, e i due infermieri olandesi, Anton Hölzel e Dirk Deutekom.
Il 9 gennaio del 1945, il dottor Kurt Heissmeyer decise di procedere ai suoi esperimenti e furono inoculati ai bambini, a più riprese, i bacilli tubercolari: la malattia si diffuse quindi rapidamente. inizi marzo, i piccoli febbricitanti a causa della malattia che era stata loro deliberatamente trasmessa, furono operati e vennero asportati loro i linfonodi, della zona ascellare, come testimoniato da venti fotografie, in cui sono ritratti rasati a zero, a torso nudo, con il braccio destro tenuto alzato per mostrare l’incisione praticata.
Gli esiti dell’esperimento risultarono anche stavolta negativi: il dottor Hans Klein, patologo della clinica di Hohenlychen, al quale furono inviate le ghiandole linfatiche asportate alle piccole cavie umane, il 12 marzo 1945 certificò e rispose a Heissmeyer che assolutamente “nessun anticorpo si era generato”: ancora no strazio inutile, dunque!

Gli Alleati di lì a poco sarebbero arrivati, Heissmeyer aveva lasciato Neuengamme, e il comandante del campo Max Pauly, su preciso ordine giunto da Berlino, di far sparire ogni traccia di quanto accaduto, dispose la mattanza.
Atroce ironia della sorte: giusto qualche giorno prima della fine della guerra, Sergio e gli altri bambini furono trasferiti nella scuola amburghese di Bullenhuser Damm, sezione distaccata del campo di concentramento di Neuengamme dall’ottobre 1944. Dopo aver ucciso i quattro custodi, che avevano cercato di proteggere e tenere in vita i piccoli, assieme a sei prigionieri di guerra russi, a Sergio e agli altri bimbi fu iniettata una dose di morfina e poi furono impiccati alle pareti della stanza. Senza alcuna pietà. Dopo di loro toccò ad altri otto prigionieri russi. I cadaveri furono riportati a Neuengamme e dove furono cremati: nessuna traccia rimaneva di quelle vite e tra esse dei sorrisi e dei pianti di venti bambini innocenti.
Gli autori della mattanza, tra cui il comandante Max Pauly che diede l’ordine, nell’aprile 1946 furono processati da un tribunale inglese con condanne a morte eseguite nell’ottobre seguente. Non fu condannato invece Kurt Heissmeyer in quanto non presente all’eccidio. Non solo: egli proseguì addirittura senza problemi la professione medica, tra l’indignazione e lo sconcerto generali.
L’edificio di Bullenhuser Damm ritornò a essere scuola e il caso della strage dei piccoli avvenuta nella cantina, cadde nell’oblio, finché nel 1959 il giornalista tedesco Günther Schwarberg pubblicò sul settimanale Stern una serie di articoli dedicati al massacro dei bambini, fornendo importanti dati e collegamenti sulle responsibilità del dottor Heissmeyer. Nel 1963 fu riaperto il processo e nel 1966 giunse la condanna all’ergastolo. di Heissmeyer morì d’infarto nel carcere di Bautzen nel 67.
Günther Schwarberg diede inizio insieme alla moglie Barbara Hüsing, avvocatessa, alla meticolosa opera cominciò d’identificazione e individuazione dei parenti dei bimbi trucidati. Nel 1979, insieme fondarono l’Associazione “I bambini di Bullenhuser Damm”.
La mamma di Sergio, ormai vedova, fu informata di ciò che era accaduto nel 1983, e presenziò ad Amburgo alla cerimonia commemorativa del 20 aprile 1984. Liberata a Ravensbrück e gravemente ammalata, era rientrata in Italia solo alla fine del 45 per ricongiungersi al marito, deportato in Germania a Dortmund. Insieme avevano cercato notizie del figlio, ma erano riusciti a sapere solo che era stato trasferito ad altro campo dal lager di Auschwitz.

La scuola di Bullenhuser Damm rappresenta ora un fondamentale luogo della memoria dell’Olocausto. Il nome del piccolo italiano Sergio De Simone è ricordato assieme ai bimbi e agli adulti vittime di una delle più feroci epurazioni che sia stata compiuta nella storia dell’Umanità. La cantina della scuola ospita dal 1980 un museo, ampliato nel 2010-11 e dal 1991 Amburgo ha dedicato nel quartiere di Schnelsen Burgwedel le strade ai venti bambini, un asilo, un centro giochi e un parco e ogni anno, il 20 aprile viene organizzata una cerimonia commemorativa.
In Italia, in particolare, oltre a una serie di pubblicazioni dedicate all’uccisione dei bimbi di Bullenhuser Damm, nel 2006 un documentario, e nel 2018 a Torino, il cartoon “La Stella di Andra e Tati” sulla deportazione delle sorelle Bucci ad Auschwitz, le cugine tre di Sergio scampate alla morte: è stato il primo film di animazione europeo sull’Olocausto, realizzato nell’ottantesimo anniversario delle Leggi razziali fasciste in Italia. In esso si parla anche dell’internamento del piccolo Sergio fino a quando venne portato via con l’inganno d’incontrare nuovamente la mamma.
30 minuti per la regia di Rosalba Vitellaro e Alessandro Belli, co-prodotto da Rai Ragazzi e Centro Larcadarte ha avuto come doppiatori Laura Morante, Loretta Goggi e Leo Gullotta.

Una storia atroce, tra le tante, troppe che sviliscono l’Umanità.
Una delle tante infamie commesse e che ancora vengono perpetrate sul pianeta Terra. Per non dimenticare tutte le vittime della follia umana di qualsiasi nazionalità, credo, razza, ideologia. Perché la violenza e la morte sono uguali, come il diritto di tutte le vittime innocenti a essere ricordate e onorate. Tutte.
… nella speranza che l’essere umano prenda coscienza dell’assurdità della guerra, della sopraffazione, dei falsi miti e apra gli occhi per rendersi conto che ciò che ricordiamo e celebriamo oggi purtroppo non è un martirio isolato e che tutt’ora popoli sono perseguitati senza che nessuno alzi concretamente un dito.. perché a nessuno “conviene” intervenire…

 
 
 

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