Pemba: nel continente blu

Un aeroporto grande come un bar, con un nome da fumetto: Chake-Chake, e sei in un’altra Africa. La vicina Zanzibar ha 300 hotel, ma qui togliete pure due zeri. Benvenuti nell’Oceano Indiano che non c’era, dove inseguire l’estate fino in cima alla mappa, alla ricerca della spiaggia perfetta
Per arrivare a Pemba bisogna fare tutta la strada fino a Unguja, l’iper turistica isola principale dell’arcipelago di Zanzibar, al largo della Tanzania, e poi altri trenta minuti di volo. In questo breve e scenografico transito aereo verso nord vedrete come cambia ogni cosa, comprese storia e geografia: atterrare all’aeroporto delle dimensioni di un bar di Chake-Chake sarà come entrare in un’altra Africa, in un altro decennio.
A Zanzibar arrivano i grandi Airbus della Qatar o della Emirates, che sbarcano centinaia di vacanzieri alla volta, a Pemba i Cessna 208 Caravan, praticamente dei taxi con le ali. A Zanzibar ci sono poco meno di 300 resort, a Pemba solo tre. A Stone Town, il principale polo turistico di Zanzibar, si sentono gli accenti di tutte le regioni italiane e si fa shopping come in Sardegna, nei piccoli, animati villaggi di Pemba sarete spesso gli unici mzungu (la parola che si usa in tutta l’Africa orientale per indicare i bianchi) a curiosare nel mercato o nelle fattorie delle spezie.

Se chiedete a un commerciante, Pemba è l’isola dei chiodi di garofano. Se chiedete a un antropologo, è l’isola della magia nera (arrivano qui da tutta l’Africa per farsi curare dagli stregoni locali). Se chiedete ai pochi viaggiatori che l’hanno già scoperta, è l’isola dove la marea regola la pacifica convivenza tra gli ospiti e i locali: quando è alta si nuota nelle sue acque dall’azzurro impossibile, quando è bassa sulle spiagge arrivano le raccoglitrici di alghe dai villaggi costieri. Se, infine, chiedete a chi ci è nato, Pemba è semplicemente «l’isola sempre verde».
L’industria globale del turismo non si lascia sfuggire a lungo la bellezza, quindi forse tra dieci o vent’anni a Pemba ci saranno strade asfaltate, il matcha latte in aeroporto e una via per bere cocktail a poco prezzo in ogni villaggio. Oggi, però, non c’è niente di tutto ciò. Ci sono davvero solo tre alberghi, il più bello è il Constance Aiyana, fondato 8 anni fa da un mauriziano innamorato dell’isola (e far innamorare un mauriziano di un’altra isola non è facile) e da poco entrato nel gruppo Constance, specializzato in resort eco-sostenibili nell’Oceano Indiano mimetizzati nella natura. La strada per arrivare dall’aeroporto è un ottimo esercizio di contestualizzazione: un’ora e mezza da fare a occhi spalancati per i colori, gli sguardi, le contraddizioni, i dettagli, i suoni, le piccole moschee sulla strada, la vegetazione selvaggia, i manghi secolari, i campi di manioca, le bici di fabbricazione cinese.
La strada attraversa un tratto della foresta primaria di Ngezi, così fitta che anche in pieno giorno si farà penombra intorno a voi. Se siete attenti, qui potete avvistare i cercopitechi verdi, la fauna terrestre più interessante dell’isola. Se invece in qualunque momento del vostro soggiorno alzerete gli occhi, scoprirete che Pemba è, tra le tante altre cose, un sogno erotico per ornitologi. Anche se non siete personaggi alla Jonathan Franzen, tutti taccuino e ossessione per i volatili, le specie che potete avvistare senza sforzo tra le mille palme del resort sono così belle e colorate da rendere felice anche il non collezionista. Nel tragitto per la colazione potreste incontrare per esempio un arcigno bucero coronato, con il suo colorato becco a forma di corno di bue, o una colonia di pappagalli testabruna che fa la movida tra un albero e l’altro.

Constance Aiyana è composto di 30 ville affacciate sulla spiaggia, sul lato della costa che guarda al continente. La più piccola è di 85 metri quadrati, le due più grandi (le «presidenziali») arrivano a 340: tutte hanno l’accesso diretto sulla spiaggia e sull’Oceano Indiano. Nelle camere si entra dalle tipiche porte bianche di Zanzibar, pezzi di artigianato fatti a mano che aggiungono un velo di solennità all’ambiente: tutto l’arredamento è prodotto localmente sull’arcipelago, con qualche tocco di arte mauriziana. Il resort organizza uscite in mare per tutte le acquaticità: in kayak immersi nel silenzio delle mangrovie, in dhow a vela come i pescatori locali, o verso il sandbank, il dono sabbioso offerto dalle maree. Quest’ultima gita è il format perfetto per godere dell’oceano di Pemba.
Spezzate il (breve) tragitto con un tuffo in acqua scopo snorkeling. Il canale di Pemba è uno dei tratti di mare più pescosi dell’Africa: si nuota tra tonni, pesci balestra, pesci napoleone, caranghi (formidabili predatori acrobatici di volatili, peraltro), spesso in acqua appaiono anche banchi di delfini. Risalite a bordo in tempo per il pranzo sulla lingua di sabbia che per qualche ora affiora dall’oceano, grande quanto un campo di calcio. Qui i pescatori locali fanno castelli di sabbia e si riposano in attesa di una barca che li riporti a casa col pescato del giorno. Voi tornerete sull’isola prima che la marea si riprenda il sandbank e in tempo per gli ultimi bagni al tramonto.
Il gruppo Constance interpreta il suo ruolo a Pemba non solo come resort esclusivo sulla barriera corallina ma anche come avamposto di comunicazione con l’isola e la sua articolata civiltà, misto di tradizioni ancestrali, cultura araba, Islam e storia coloniale. Le persone che lavorano nel resort sono quasi tutte nate nel vicino villaggio di Makangale. Sono felici di insegnare qualche parola di swahili o cucinare il dentice rosso con latte di cocco e spezie secondo la ricetta dei villaggi per i giorni di festa.
Aiyana organizza anche escursioni alla scoperta delle tradizioni e dell’economia locale. Se per la parte magia nera dovreste rimanere molto più a lungo (e senza garanzie di successo), la sapienza delle spezie è molto più accessibile. Ci guida tra le sue coltivazioni un figlio di Pemba di nome Mr. Big. Ci fa sapere però che al tempo della stesura di questo articolo è single e prenderebbe moglie. Punto di forza: sapersi arrampicare su un albero da cocco, far cadere una noce, aprirla con un colpo secco di machete e offrire latte sul posto.
Per Mr. Big e tutti gli altri coltivatori, i chiodi di garofano sono l’esportazione principale (Pemba è uno dei maggiori produttori mondiali), ma Mr. Big vi racconterà storia, coltivazione e usi alternativi di carambola (ottimo anti nausea, oltre che per condire il pesce al posto del limone), curcuma («Sugli occhi rossi, passa subito»), e soprattutto vaniglia, «King of the spices», che richiede cure quasi da medico. Queste spezie nel corso dei secoli hanno aperto l’isola al mondo, hanno reso la sua gente ospitale e curiosa. Lo stesso swahili è una lingua franca, di porto e commerci, fatta per superare le barriere e capirsi. Gli abitanti di Pemba hanno dialogato con i persiani, i portoghesi, gli omaniti, gli inglesi, a ogni passaggio il vocabolario si è arricchito. E oggi riescono a farsi capire anche con questa nuova, bizzarra specie: i visitatori mzungu mossi dalla curiosità e da questo mare dall’azzurro impossibile.

 
 
 

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