Le tante incognite del dopo voto

A circa una settimana dal voto l’ipotesi della formazione di un governo è “in alto mare”. Matteo Salvini e Luigi Di Maio ripetono d’essere i vincitori del confronto elettorale. Non avendo però i voti per governare, provano a chiedere aiuto agli altri partiti. Il leader – come lui si definisce – del trio Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia osa sollecitare il Pd per un “aiutino”. Scontata la risposta: “Ma vai…”. Quando ha avanzato la richiesta il capo della Lega forse aveva in mente il Patto del Nazareno. Aveva sbagliato i conti. Una cosa è la destra estrema con i suoi proclami categorici, dall’Europa all’euro, dall’immigrazione alla legge Fornero, un’altra è il “possibilismo centrista” dell’ex Cav. e della sua Forza Italia.

Se una volta la canzone più cantata da Beppe Grillo e dal suo MoVimento aveva per ritornello “noi da soli… nell’universo” politico italiano, oggi le cose sono mutate: “Tutt’insieme, quelli che ci stanno, per cambiare il Paese”. Manco a parlarne di un accordo con Salvini e camerati. Un’operazione del genere farebbe scappare i tanti del centrosinistra che hanno creduto in loro. L’ideale sarebbe un patto con il Pd, ma Renzi non ci sta. Sì, ha dato le dimissioni ma controlla ancora la maggioranza dei democratici e, per il momento, la parola d’ordine è: “opposizione”.

Matteo Renzi è uno cocciuto. Il suo carattere ha determinato anche il suo destino politico. Da uomo nuovo indirizzato a variare le sorti del Paese, a leader “antipatico” da mandare a casa. Forse, con un po’ più d’umiltà e lungimiranza il referendum costituzionale sarebbe passato. Bastava che gli elettori avessero potuto scegliere quali riforme votare, al posto di un secco “sì” o “no” a tutto l’impianto referendario, simile ad un plebiscito proprio sulla persona del presidente del Consiglio. E si potrebbe continuare con esempi del genere. Insomma, è stato lui il vero “rottamatore” di se stesso.

C’è chi ipotizza che il moderato presidente del Consiglio Gentiloni diventi anche segretario del Pd. Proprio nell’ottica dell’impostazione renziana. Ipotesi che probabilmente rimarrà tale. Per il momento “il fido furiere”, ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina prenderà il comando, nella speranza di rimanerci per i prossimi anni. Nella delicata fase in cui si trova il Partito democratico i maligni ipotizzano che sia proprio Martina a sussurrare al dimissionario segretario: “Matteostaisereno”.

In questi giorni di movimenti “nobili” per dare una mano al Pd se ne vedono diversi. C’è il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che ha preso la tessera dei democrat e che dichiara: “Voglio solo collaborare perché il Pd è fondamentale per Italia”. I soliti “bene informati”, invece, ritengono che un pensierino sulla leadership del partito il focoso ministro l’abbia fatto. C’è anche il governatore appena eletto del Lazio, Nicola Zingaretti – che ha fatto il bis – a candidarsi per le primarie del partito. Chi lo ha eletto qualche dubbio deve averlo avuto. Solo dopo un po’ di giorni dalle elezioni che l’hanno visto vincitore su Stefano Parisi lui, più che al futuro del Lazio, pensa al suo.

Chi ha il cerino in mano è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Tutti i partiti in questa fase lo elogiano, corteggiandolo. Lui, il capo dello Stato, va ripetendo: “collocare al centro l’interesse generale del Paese e dei cittadini”. Sa bene però che gl’interessi di parte, specialmente quando ci sono in campo sconfitte elettorali, prevalgono su tutto. E sa bene, come Mario Draghi ha sottolineato proprio riferendosi all’Italia, che: “Un periodo protratto di instabilità politica può avere un impatto sulla fiducia, che a sua volta ha ripercussioni su inflazione e produzione”. Troppo pericoloso “scherzare con il fuoco”. Ci sono forze di minoranza del Pd che non vedrebbero male un esecutivo con i grillini. Mattarella, con molta probabilità, sarà costretto ad ipotizzare un governo “di solidarietà nazionale” per poi ritornare a votare. Una soluzione rischiosa perché il voto, su per giù, potrebbe riproporre i risultati del 4 marzo.

Il perdente Pd ha la possibilità di “cambiare le carte in tavola” se decidesse di lasciar perdere l’opposizione. E non è detto, come sostiene il presidente Orfini: “Qualora sostenessimo un governo del M5S, in varie forme, sarebbe la fine del Pd”. Potrebbe essere proprio l’incontrario.

A cura di Elia Fiorillo

 
 
 

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