Ibiza fuori stagione: “tra verità e sogno”

La bassa stagione è il momento migliore per riscoprire la vera natura dell’isola e andare a caccia dei figli dei fiori che ancora la abitano. Ecco una selezione degli indirizzi – mercatini, negozietti, bar e spiagge – in cui scoprire senza l’assillo della folla le vere origini dello spirito ribelle ibizenco (e conoscere gli ultimi veri hippi)
A Ibiza in inverno i manifesti di Gianluca Vacchi dj sono un po’ accartocciati e stinti, come pure le gigantografie del suo collega Solomun, lo sciamano della techno che domina le folle dai palchi della discoteca Pacha. Esaurita la stagione dei festoni, i ventenni inglesi con canotte aderenti e tatuaggi in vista vengono rimpiazzati da piccole comitive di uomini tedeschi con calvizie incipiente e infradito ai piedi – per i mocassini con le calze di spugna c’è ancora tempo. Questi nuovi occupanti dell’isola li vedi a passeggio nei vicoli, seduti in total relax sotto i portici dei ristoranti e capisci che non è solo una sensazione: dopo un’estate di balli, sesso e corpi rilucenti di crema abbronzante, l’isola ha iniziato a rifiatare.

Diciamolo subito: Ibiza fuoristagione non possiede lo stesso allure iconico – strepitoso a detta di alcuni, malsano e peccaminoso a detta di altri – che la contraddistingue durante i picchi dell’alta stagione. Ma qui sta il bello: come una metropoli che di giorno è di tutti e di notte è solo di pochi nightswimmers, questo isolotto delle Baleari – che nel 2017 ha accolto 4 milioni di turisti – dall’autunno fino alla primavera successiva è territorio solo degli ibizenco, degli stranieri che si sono trasferiti a viverci dopo aver trovato il lavoro o l’amore, di qualche vip fuori dal coro, e di qualche viaggiatore che vuole godersi la quiete dopo la tempesta. In questi mesi Ibiza regala il lusso di bere in santa pace un cappuccino respirando la brezza marina al THB Los Molinos (lì in fondo c’è Formentera); di fotografare i mandorli in fiore nella valle di Santa Agnes; di passeggiare per le strade della Dalt Vila, il centro storico di Eivissa, e scoprire ogni negozietto (assolutamente Vicente Ganesha, che vende abiti variopinti provenienti dall’India), ogni scorcio, ogni balcone fiorito, ogni bancarella, senza l’assillo della folla.

Dai tamburi ai sintetizzatori
Ibiza non è sempre stata la Mecca della musica elettronica internazionale e dei dj con i portafogli gonfi. C’è stato un tempo neanche troppo lontano dove non era il dio denaro a dettare le regole del gioco, ma l’idealismo e l’anticonformismo. Correvano gli anni ’30 quando sull’isola arrivarono – un po’ per caso un po’ per passaparola – alcuni artisti europei d’avanguardia in fuga da dittature e nazionalismi. Ibiza era allora una terra primitiva in cui ricercare pace dei sensi e ispirazione creativa.

Poi rotolarono impetuosi i ’60, portando con sé hippie californiani che scappavano dall’arruolamento nella guerra del Vietnam. Fu così che alcuni dei figli scapestrati della beat generation sbarcarono a Ibiza rendendola, all’inno del «live and let live», una piccola San Francisco galleggiante, meta d’elezione di tanti vip dell’epoca: Albert Camus, Truman Capote, Orson Welles, Roman Polanski, Freddy Mercury – che al mitologico Pikes Hotel festeggiò il suo 41esimo compleanno – e la mitologica Nico: fu a Ibiza che la musa di Andy Warhol trovò il suo nome d’arte (per voce del fotografo Herbert Tobias) e fu sull’isola che trovò la morte a seguito di una banale caduta in bicicletta, misero destino per una donna sopravvissuta fino ad allora all’eroina.

Di quell’epoca gloriosa oggi è rimasto poco. Certo, alcuni figli dei fiori ci sono ancora, ma tutt’intorno a loro ha iniziato a girare una ruota panoramica simile a quella del Coachella, una giostra dalla cui sommità non si vedono hippie ma persone vestite da hippie. Lo stile di vita che dette scandalo con amore libero droghe e nudismo si è trasformato in eccentricità, che a sua volta si è tramutata in un festival commerciale, un revival per celebrare lo spirito rivoluzionario di un tempo in chiave glamour e chic.

I mercatini hippie
La bassa stagione – quando le folle coachellesche sono evaporate – è il momento migliore per andare a scovare quei pochi hippie veri che ancora popolano Ibiza. Poiché quelli di Punta Arabì, Santa Eularia e San Antonio chiudono i battenti durante l’inverno, è d’obbligo una tappa al Las Dalias, mercato aperto ogni sabato per tutto l’anno. Il Las Dalias fu allestito per la prima volta nel 1985 nel giardino di una finca – le vecchie fattorie in cui gli hippie vivevano senza elettricità e acqua corrente – ai margini della strada che da Santa Eularia conduce al paesino di San Carlos. Tra le bancarelle troverete di tutto: abiti sgargianti anni Settanta, stivaloni in pelle con frange boho chic, gioielli etnici, sandali tribali, prodotti di bellezza, poncho, caftani e vestiti di ogni taglia e colore, pensati e realizzati seguendo i dettami (comodità e semplicità) della moda locale Adlib. Più intimo del Las Dalias è il mercadillo di Sant Joan de Labritja, che punta più sull’artigianato locale e i pezzi vintage.

Il Bar Anita
Una delle ultime vestigia della lisergica comunità hippie ibizenca è il bar-ufficio postale Anita, sempre a San Carlos. Quella che oggi sembra – per il legno consunto del mobilio e la penombra dominante – una vecchia osteria bolognese, un tempo era il luogo di ritrovo prediletto dai capelloni isolani, che tra quelle mura si inebriavano con litri di hierbas ibicencas – il liquore a base d’anice che si accoppia al dolce Flaó a base di formaggio fresco, farina, zucchero, uova, scorza di limone e menta. Ad Anita (oggi fiera 90enne) gli hippie chiedevano anche prestiti di denaro, in attesa che i genitori inviassero loro la paghetta. Le decine di cassette postali sono visibili ancora oggi, insieme a un vecchio telefono a gettoni usato all’epoca per le telefonate intercontinentali.

La spiaggia di Cala Benirràs
La spiaggia degli hippie ibizenchi è Cala Benirràs – a otto chilometri da Sant Miquel de Balansat – che ogni domenica all’ora del tramonto si anima di balli a ritmo di musica chillout e tribale. Quando il sole cala si accendono falò, si suonano tamburi sulla spiaggia e si celebra la bellezza del momento presente. Nonostante lo spirito ribelle degli anni ‘60 non esista più, Cala Benirràs ha tutto sommato mantenuto la sua identità. La balearizzazione ha risparmiato questo scorcio di costa, conservando la fitta boscaglia di pini e la baia, da cui si può vedere Cap Bernat, isolotto venerato dagli hippy più spirituali. Alcuni di loro dicono che la forma dell’isola ricorda una donna che prega, altri un neonato, altri ancora una Sfinge. Alla luce del giorno, e senza essere condizionati dalle credenze popolari, Cap Bernat sembra solo un’isola in mezzo al mare.

 
 
 

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