Botte a neonata perché femmina: “condannato padre-padrone”

Per mesi da ‘padre padrone’ ha sottoposto la moglie, sposata in Pakistan quando lei aveva appena 15 anni, ad ogni genere di violenza fisica e vessazione psicologica, costringendola a tenere lo sguardo rivolto a terra, dopo che l’aveva picchiata, anche con una cinghia, o stuprata. E non gli è bastato, perché ha deciso più volte di sfogarsi anche sulla figlia, che aveva poco più di un anno, colpendola con degli schiaffi perché, diceva, era una “femmina e non un maschio”, come lui avrebbe voluto. Oggi l’uomo, un afgano di 30 anni, è stato condannato con rito abbreviato dal gup di Milano Guido Salvini a 3 anni e 8 mesi di carcere per una serie di reati.
L’uomo, arrestato nei mesi scorsi e difeso dal legale Maria Pia Licata, era accusato di maltrattamenti perché, tra marzo e giugno scorso, nella loro casa nel capoluogo lombardo (aveva un permesso di soggiorno temporaneo), si è accanito sulla moglie 22enne e sulla piccola, nata nel febbraio 2017, con “atti di violenza fisica e psicologica”. In particolare, dallo scorso 5 marzo e “in più occasioni”, si legge nell’imputazione, avrebbe preso “a schiaffi” la neonata solo perché è “di sesso femminile e non maschile, come lui avrebbe voluto”. Più volte, poi, stando alle indagini, ha minacciato la donna dicendole “se chiami la polizia ti uccido” o “ti butto giù dal
balcone” e “anche in presenza della figlia minore” l’ha colpita “con calci e pugni, con il cavo del carica batteria e con una cinghia di una borsetta”. E dopo le botte “le imponeva di non alzare lo sguardo da terra”. Era imputato anche per lesioni, perché ferì la donna con un coltello alla gamba destra, “dicendole che gli ‘andava di farlo’ e in un’altra occasione” le causò “delle ecchimosi colpendola con il caricabatterie del cellulare e con il laccio di pelle di una borsa”. E’ stato condannato, inoltre, anche per sequestro di persona perché era solito chiudere a chiave la moglie “dentro l’abitazione, impedendole di uscire”. Infine, le violenze sessuali contestate perché “in tre occasioni” la costrinse a subire abusi. Il giudice ha condannato l’afgano per tutti i reati a 3 anni e 8 mesi di carcere in abbreviato, ossia con lo sconto di un terzo sulla pena previsto dal rito. E anche al risarcimento danni alla donna e alla bimba, parti civili rappresentate dal legale Ilaria Scaccabarozzi. Entrambe ora vivono in una comunità. A pena espiata, invece, l’uomo, come ha stabilito il gup, dovrà essere espulso.

 
 
 

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